Divagazioni colte e fiorentine

Conversazione con Paolo Poli

 

Ecco qua la nostra rivista il cui scopo è presentare i progetti che nascono in qualche modo da Firenze, e sono tanti...
Si puo nascere anche in treno, Nuriev era nato sulla Transiberiana — un tempo ci volevano due mesi per fare la Transiberiana fino a Vladivostok, invece ultimamente in quindici giorni arrivavano — e così la madre lo ha scodellato in treno, ma carino però, saltava, Dio mio, che bella figura...

Questo vuol dire che non è importante il luogo di nascita.
È più importante dove uno muore. Gesù Cristo era galileo però c’era scritto Re dei Giudei, sopra la croce. È più importante dove uno muore, insomma.
Ecco il nostro Dante ha avuto i Polentani negli ultimi giorni che gli hanno permesso di correggere il Paradiso fino all’ultimo. Ed è bellissimo il Paradiso, sebbene la gente adori di più l’Inferno perché dice: “dove lo metti questo? Lo metto lì, in quel girone”. È più tradizionale l’Inferno. Il Paradiso è più diffficile immaginarlo. E Dante è riuscito anche a fare quelle scritte che si fanno ora, tutte di luce, e c’è: “Diligite iustitiam qui iudicatis terram”, e finisce con un’emme e sono tutte le anime, questi cari rubinetti — perché il diminutivo è afffettivo, da noi in Toscana — e finisce con una emme, poi arrivano altri tre e fanno un capino che diventa l’aquila...

A proposito della lingua di Dante...
... che è stata l’Unità d’Italia, pensa uno che in quell’epoca in cui c’era ancora la candela, e lui diceva “piglierò una parola di qua e una parola di là”, e ha fatto l’unità linguistica.

È diffficile scindere Paolo Poli dalla sua fiorentinità, che rapporto ha con questa lingua talvolta così colta e talvolta così volgare?

La lingua nostra è fatta per la poesia, perché l’ha inventata Dante, e non è fatta per il teatro. Non abbiamo avuto mai il Grand Siècle, come hanno avuto i francesi, quando Francesco I disse: “No, la lingua di Parigi in tutta la Francia”, ecco e quindi hanno avuto poi Molière. E gli spagnoli hanno avuto Calderón, e gli inglesi hanno avuto Shakespeare, e noi non si sa. Noi ci abbiamo La Mandragola di Machiavelli e si salta subito a Goldoni che era un personaggio europeo, perché Venezia era il porto di Vienna, e da lì arrivavano le spezie per tutta l’Europa. E poi infatti, dove è finito? È finito a insegnare l’italiano ai bambini di Maria Antonietta, proprio nel momento più sbagliato, quando gli hanno tagliato le teste, e lui è rimasto lì, la vedova poveretta ha fatto la fame, e poi si salta a Pirandello, che anche lui scappò da Agrigento in Germania, così come Verga scappò a Parigi, perché insomma, bisognava andare dove c’era un giro di cultura, e qui da noi in Italia avevamo solo le olive e le vigne.

Cosa le ha dato Firenze oltre la calata?
Mi ha dato tutto, perché io sono uscito da qui a vent’anni e sono andato a cercare lavoro, perché qui da noi anche se avevo fatto l’attore, amatoriale però, quando andai dal sindaco, La Pira, io andai e lui mi ha detto: “Soldi non ce n’è”. Allora io: “Ma come si fa? Noi siamo poverissimi”. “Va bene. Potete attaccare i manifesti senza pagare, ed io vi faccio i bolli”. “Benissimo”.
E quindi facemmo i manifesti, ma si faceva una recita nei giorni gobbi del cinematografo, il lunedì, il venerdì, ché i preti tenevano chiuso, in questo locale che si chiamava L’alberello (e ho ritrovato ora che abbiamo fatto una serata benefica con il marito della Fracci, Ferruccio Soleri, Ilaria Occhini, son venuti e si è fatto una serata così, ognuno diceva qualche cosa — un’ammucchiata — al Verdi, a favore delle malattie delle ossa e così ho ritrovato i vecchi amici). E però in quell’occasione, la nostra mecenatessa era Flavia Farina Cini che ci aveva preso un palco alla Pergola ed uno al Comunale, quindi ho visto tutte le opere e tutte le commedie che passavano di qui.

Ora come la ritrova la città?
La vedo un po’ meno, perché arrivo dal di fuori. Le persone che conosco sono come te: non sono lavoratori veri. Vado sull’autobus, ogni tanto, qualcuno mi attacca discorso, ma, sai, chi va sull’autobus son tutti vecchietti, perché gli altri sono già al lavoro, anche se io esco alle 8 - 8,30 corrono via, non stanno a chiacchierare. Però insomma la città c’ha delle bellezze che permettono il turismo. Noi con il turismo si potrebbe essere i più ricchi d’Europa, però non si sa fare, ci sono tutti gli intrighi, che ti devo dire, non basta.


Cos’è che secondo lei manca a Firenze...
Un tempo a Firenze — perché il nome non è per via del fiore, non c’erano fiori — il fiorino era la moneta, erano i commerci che Dante, reazionario, diceva: “Ah, a causa di questi manigoldi che sono venuti da Peretola e da Figline, a inquinare quelle famiglie...”, e in Paradiso mette la liste delle famiglie più vecchie che erano quelle Doc, e non bisognava allargarsi. Viceversa è diventata fiorente per i commerci, era una città di tintori, tingevano le stofffe, che poi le si portavano fino in Olanda — e la moneta in Olanda si chiamava fiorino, fino a poco tempo fa. E quindi la nostra bravura era quella di saper vendere e comprare e anche fare l’usura. Dante non parla mai dei genitori, perché forse il genitore faceva l’usuraio, parla di un antenato che fece la guerra, la guerra gli pareva più bella dei commerci, viceversa meglio i commerci, secondo me.

E oggi?
Che vuoi che sappia di oggi. Io so poco, perché sono ormai con un piede nell’Aldilà. Ho conosciuto il Novecento, e mi sforzo per capire cos’è accaduto, perché a noi sempre più ora ci raccontano la cronaca e non la storia. Dare un disegno agli avvenimento è più diffficile. Non è che rimpiango Hitler o Mussolini, però quella fu la mia giovinezza. Quando sentii dire alla radio: “Il cavalier Benito Mussolini ha dato le dimissioni...” — quale cavaliere? —, son nato sotto il cavaliere spero di non morire sotto quest’altro.
Da qui son scappato a Roma e a Milano, le città dove c’era il lavoro teatrale. Milano era la città che aveva dato la vita a tutti i teatranti. Dario Fo, uno dei miei primi amici mi disse: “Alegher, ch’el bùs de’l cùl l’è negher”. Ma così, mi dette subito una chiave di lettura, ed io son stato da lui accettato com’ero, così come dai miei genitori, che erano della fine dell’Ottocento, e che erano molto più aperti, perché erano tolleranti, ed erano innamorati di Garibaldi e di Mazzini. Mazzini nessuno più ora lo considera — bruttina quella statuina che c’è lì nei Viali —, però, sai, i suoi ideali sono molto acciaccati: “Dio, patria e famiglia”. Dimmi che cosa resta? Poco. Però lui aveva già capito che bisognava fare l’Europa. Perché se il figlio del papa Cesare Borgia, fosse vissuto, come aveva immaginato Machiavelli, avrebbe fatto uno Stato nazionale, e si faceva la nazione allora, non c’era bisognava di arrivare all’Ottocento, agli intrighi di Cavour.

Oggi, comunque, c’è poca considerazione anche della cultura, tanto che si discute se sia da mangiare o meno...
Sai Dante si reggeva, perché erano tempi in cui c’erano ancora dei sovrani che non sapevano fare la firma, e c’avevano il sigillo: Il principe ed il povero, non so se ti ricordi, un bellissimo romanzo. Ecco i bambini giocavano con il sigillo, ci rompevano le noci. E quindi Dante cosa faceva? Scriveva le lettere. E però, con i suoi mezzi guanti e con la sua candelina, ha scritto questo libro che ha permesso poi a tutti di fare delle opere letterarie. Da noi il popolo ha sempre parlato i dialetti. Qui fino al 1935 a Firenze c’era il Teatro Alfieri, in piazza Pietrapiana, che era il teatro dialettale — Garibalda Niccoli —, e invece poi nel ’35 fu chiuso perchè Bottai, che era un uomo abbastanza illuminato disse: “Qui bisogna contrastare questi avviamenti al cucito delle monache, questi avviamenti al cacciavite dei preti e dei frati”, ed ha fatto la scuola media, per cui io ho fatto la scuola media fino ai 14 anni. I bambini devono studiare, ed è stata una grande conquista perché sai, il fascismo ne ha fatte di tutti i colori, però questo Bottai fece questa cosa buona per la scuola. E ora invece sembra che bisogna ritornare alle scuole private delle monache, delle signorine che, anche se sono dure, regali un cannocchiale alla scuola e vieni promossa: una roba orrenda. Mentre noi, figli dei poveri, si è studiato davvero. Io mi ricordo che nel ’45, nel momento della povertà ancora più dura, quella della guerra, i miei compagni di scuola che ci avevano il babbo industriale, venivano a scuola in automobile, mentre noi a piedi, oppure con la bicicletta, come il Conte Guicciardini, a cui i contadini non davano nulla e che quindi quando mi invitava a mangiare era una frittatina, però nei piatti della Compagnia delle Indie.
Ed io ho voluto conoscere subito i nobili che erano stati presi dai Tedeschi come ostaggi: La principessa Corsini, Maria Carolina — un genio — quando i Tedeschi la portarono in galera si portò il pianofortino e tutta la notte li suono Il cavaliere della rosa, e i poveri Tedeschi non chiusero occhio. Poi c’era il Conte Guicciardini, il mio amico Francesco, e poi c’era Robertino Antinori. Persone garbate, scherzose, ed infatti erano in galera, perché erano preziosi. Li tenevano lì in ostaggio. E poi, sai, lì ho visto passare tutti i francesi, così e colà, prima di andarli a vedere a Parigi, e a Londra, li ho visti qui, e ancora si vedevano. Sai, bisogna spendere, si capisce.

A proposito di preti e monache: lei non è mai stato politicamente corretto da questo punto di vista...
No, io andavo d’accordo, i miei amici erano anche Don Milani. Che fai nel dopoguerra con un’Italia disastrata? Qual è stato l’unico sovrano italiano? È stato il Papa. Machiavelli non era scemo. Ecco Cesare con tutte le sue cattiverie, era l’unico che avrebbe potuto fare il sovrano. Cinico come pochi, perché anche ora ammazzano, però non si dice. Invece allora li invitava a cena, e li ammazzava tutti e bell’e fatto. E Caterina dei Medici, non era neanche nobile, era lontana cugina del Papa, di Clemente, che l’ha portata quattordicenne a Parigi, e lei poverina non ha fatto figli, e ha sopportato le corna di Diana di Poiters e poi finalmente ne ha fatti uno via l’altro. E poi come regina sapeva il fatto suo. Dice: “Cattolici o Ugonotti? Cattolici. Gli Ugonotti sono venuti qui per una festa, li faremo fuori tutti in una notte”. Brava, un genio!

A scherzare con i santi, se ne pagano però le conseguenze ogni tanto...
Poco sai, ma che vuoi, mi ha fatto anche pubblicità. Capito, io, ho trovato, sì, diffficoltà, però mi ha dato anche un aiuto. Che ti devo dire.

Visto che è uno dei suoi temi preferiti, che fiaba racconterebbe ad un bambino di oggi?
Quelle tradizionali, perché sai, anche il grande Collodi ha scritto Pinocchio che era un libro diffficilissimo da ridurre a teatro. I film che si fanno son sempre manchevoli. Perché lui in ogni puntata doveva metterci un cattivone, quindi ce n’è! Mangiafuoco è il più bello, perché sembra cattivo. Dice: “Vieni qua. Cosa fa tuo padre?”. “Il povero”. “Guadagna molto?” E gli dà i soldi da cui parte il giallo, perché i primi quindici capitoli sono i più belli: meno chiacchiere e più avvenimenti. E la fata, cattivissima: “Aprimi”. “ Non posso, sono morta”. “E che fai alla finestra?”. “Aspetto la bara che venga a portami via”. Anche se Pinocchio ricorda un po’ i bambini di Dickens, è un po’ un bambino così, che non c’ha la mamma. Ma l’idea di fare la fata cattiva, e il cattivo buono, è stata geniale.

Quindi hanno ancora un senso le fiabe?
Questo si, l’ho sempre saputo. Però il bambino ha bisogno anche di avere un cattivone che si supera. Così le fiabe sono la Bibbia per i bambini. Anche la Bibbia è piena di cattiverie, perché racconta avvenimenti drammatici, non sono consolatorii. Quando io ho fatto la terza elementare, mi dettero il premio: “Primo premio conferito all’alunno — “conferito” perché c’era D‘Annunzio che diceva parole diffficili — per Fufffi Barufffi, storia di un cagnolino birichino”. Brutto. Mentre io invece allora leggevo le riduzioni della letteratura internazionale nella Utet, “La scala d’oro”, mi ricordo Il Mulino sulla Floss...

Ma che vuoi, io non creo nulla. Sempre mi attacco alle palle di uno scrittore più importante, come vedi. Anche perché sono morti, e non si ribellano. È l’operazione contraria, mentre lo scrittore si distende nell’analisi, il teatro stringe nella sintesi, è proprio il contrario. In teatro bisogna far capire senza dire. Freud ha visto la Duse a Vienna, che si levava e si metteva l’anello — Psicopatologia della vita quotidiana —, dice: “Una grandissima artista, che già prima ancora di tradire il marito, ti faceva capire già al primo atto, che non ne poteva più del matrimonio”, perché si gingillava con la fede. Aveva capito di più con il gesto che non con la parola.