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Memorie e riflessioni di una fiorentina

Mi sono iscritta all’università, al corso di laurea in fisica nel 1940. Eravamo più di un centinaio a seguire le lezioni di analisi matematica tenute da Giovanni Sansone, in un grande stanzone a piano terreno nella sede centrale dell’università, in piazza San Marco. La gran maggioranza era composta da iscritti a ingegneria, tutti ragazzi. Solo da una decina di anni il numero di ragazze aspiranti ingegnere sta crescendo rapidamente. Un’altra trentina era rappresentata da iscritti ai corsi di laurea in fisica pura, in matematica pura e in matematica e fisica (impura?). Oggi c’è solo la laurea in fisica e quella in matematica. Di quella trentina, circa la metà erano ragazze, lievemente in maggioranza fra gli iscritti a matematica. Noi fisici eravamo una decina, di cui cinque ragazze.
Molti che allora non erano ancora nati si immaginano che le donne nell’università e soprattutto nelle materie scientifiche fossero una rarità. In realtà le studentesse, fatta eccezione per ingegneria, erano abbastanza numerose, e anche negli istituti di fisica e di chimica ricordo la presenza di un certo numero di assistenti donne, anche se nessuna aveva la cattedra. Allora l’università era ancora un privilegio per pochi figli di papà, o per alcuni, come me, di famiglia piccolo borghese ma colta, in parte autodidatta, che faceva grandi sacrifici per farmi studiare. Oggi, con l’università di massa, aperta a tutti i diplomati di qualsiasi scuola media superiore è purtroppo cresciuto il numero degli abbandoni; si laurea meno del 40% degli iscritti. L’università non ha saputo adattarsi alla nuova
situazione, a seguire più da vicino gli studenti, e solo da pochi anni si comincia a istituire, informalmente, la figura del tutor, spesso svolta dai ricercatori. Le studentesse, che come una volta rappresentano ancora oggi la grande maggioranza nelle facoltà umanistiche, sono circa la metà nelle facoltà scientifiche, mentre le ricercatrici sono il 50%; fra i professori di seconda fascia le donne superano il 30%, mentre fra i professori di prima fascia – gli ordinari – le donne sono ancora ferme all’11%, spesso ancora frenate dalla tradizione per cui il peso delle cure familiari ricade in gran parte su di loro. Inoltre spesso le bambine ricevono un’educazione che non le rende abbastanza combattive e fiduciose nelle proprie capacità. Una scuola di vita estremamente importane è lo sport agonistico, che ci insegna ad affrontare sacrifici e fatica per avere successo, e a capire che anche affrontare il lavoro di ricerca è come una gara da vincere.
Uno scienziato è come tutti, un cittadino, e come fra tutti i cittadini, fra gli scienziati ci sono quelli interessati solo al proprio lavoro e quelli più o meno fortemente interessati alla politica. Non possiamo disinteressarci di politica perché è quella che determina le nostre condizioni di vita; sta a noi col nostro voto cercare di realizzare uno Stato veramente democratico che, come stabilisce la nostra Costituzione, “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali, ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2)”. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (art. 3)”. Credo che questi due articoli della Costituzione dovrebbero essere la nostra guida in un’epoca in cui si assiste a rozzi rigurgiti di razzismo anche da parte di forze politiche che indegnamente siedono in parlamento e fanno scandaloso uso del parlamento per evitare processi a un personaggio indagato per corruzione di giudici e testimoni, che solo la scarsa coscienza politica di gran parte dei cittadini ha permesso che ascendesse a capo del governo.
La scienza deve essere neutrale, nel senso che deve battersi per la conoscenza, per indagare le leggi della natura, senza pregiudizi di ordine religioso o ideologico. Invece sono le applicazioni della scienza che non possono essere neutrali, ma volte a migliorare le condizioni di vita di tutti gli esseri viventi, uomini e animali.
La diffusione delle pseudoscienze, come l’astrologia, il creazionismo, i pregiudizi contro chi è diverso – sono il risultato di una grande ignoranza, che mortifica la ragione. È di questi giorni la notizia che sono stati pubblicati i resoconti di un congresso organizzato e pagato – con i soldi del contribuente – dal maggiore ente pubblico di ricerca , il Consiglio Nazionale delle Ricerche, su “Evoluzionismo: il tramonto di un’ipotesi”. Quello che è tragico è che proprio il nostro maggiore ente di ricerca si è trovato a sostenere una tesi fondamentalista, senza alcuna base scientifica, in un convegno organizzato dal suo vicepresidente, certo Roberto De Mattei, professore associato di Storia del Cristianesimo e della Chiesa alla privata Università Europea di Roma. Si sostengono assurdità come per esempio che la Terra non avrebbe più di 4 miliardi di anni ma solo pochi milioni; tanto varrebbe tornare a sostenere che non è la Terra a orbitare attorno al Sole ma il Sole attorno alla Terra come ci insegna la Bibbia. De Mattei è stato nominato alla vicepresidenza del CNR da Silvio Berlusconi su proposta dell’allora ministro per l’istruzione Letizia Moratti, il che la dice lunga sulla cultura scientifica di questi due personaggi. Val la pena di fare il confronto con il modo di agire del ministro dell’istruzione del governo Prodi, Fabio Mussi, il quale per procedere alla nomina del presidente del CNR consultò i vari comitati di ricerca dell’ente e nominò un fisico di fama internazionale come Luciano Maiani.
Il nostro Paese è quello in cui si legge meno, si comprano meno giornali, l’informazione arriva alla maggioranza dei cittadini da una televisione, sia privata che pubblica, asservita al padrone, il primo ministro Silvio Berlusconi, del cui gigantesco conflitto di interessi nemmeno si parla più.
Manco da Firenze dal ’54, anno in cui dall’Osservatorio di Arcetri mi trasferii a Merate, in Brianza, alla succursale dell’Osservatorio di Brera. Dal ’64, vinta la cattedra di astronomia dell’Università di Trieste, vivo in questa bella e civile città, la città italiana, ci dicono le statistiche, in cui si legge di più. Eppure mi meraviglio sempre quando penso che la maggior parte della mia vita si è svolta via da Firenze, dalla mia città, dove ho passato i miei primi 32 anni, dove ogni angolo di strada, ogni piazza, ogni viuzza, potrei dire ogni pietra, mi ricorda episodi o persone, la città che da bambina e da giovane ho girato a piedi o in bicicletta e di cui conosco anche i luoghi più anonimi e nascosti.
Certo, traversando l’estrema periferia, ho l’impressione di trovarmi in un’altra città, sconosciuta: dove c’erano polverose strade di campagna oggi ci sono palazzoni e file di condomini, i giardini pubblici dove ho passato tutte le estati della mia infanzia, affollati una volta di bande di ragazzi e in cui si giocava a palla o a nascondino per ore, fino allo sfinimento, oggi sono deserti. Forse oggi si fanno solo giochi virtuali, al computer o attività organizzate dai grandi, come la palestra, la piscina o la danza.
In molte città straniere, più lungimiranti di noi, anche non più grandi di Firenze, hanno conservato i tram; in Italia solo Roma e Milano hanno ancora qualche linea e ora anche a Firenze, dopo avere accuratamente tolto o ricoperto le rotaie, si comincia a rimetterle e si fanno grandi discussioni sul far passare o meno il tram da piazza del Duomo.
Firenze è sempre stata città affollata di turisti, ma ora è diventato difficile anche camminare, per l’affollamento. Impensabile una volta che per entrare in Duomo si dovesse far la coda; io l’usavo come scorciatoia venendo da via Calzaioli per andare a scuola in via Martelli, al Galileo. Inimmaginabile che decine di migliaia di persone si affollassero sotto i portici degli Uffizi, là dove, in sale mezze vuote la mamma mia, miniaturista, copiava i quadri e vendeva le miniature ai pochi ma ricchi forestieri, mantenendo col suo lavoro me e il babbo che, non essendo iscritto al fascio, non aveva più avuto un lavoro stabile dal 1929.
Per rendere più vivibile Firenze io credo occorra seguitare con la politica dei tram e pedonalizzare completamente il centro. Non so se ci siano già, ma un’utile soluzione possono essere piccoli autobus elettrici per un centro che in fondo va da Santa Maria Novella a Santa Croce, da piazza San Marco a piazza Pitti, e metropolitane leggere di superfice come quella di Scandicci, per il viale dei Colli, Fiesole, Settignano, Careggi, Tavarnuzze, Grassina ecc., riducendo drasticamente il traffico privato e anche l’inquinamento.
Ho sentito dire che si vuol spendere un bel po’ di miliardi per fare un nuovo stadio. Sono nettamente contraria. Sebbene sia sempre stata tifosa della Fiorentina, e ancora oggi guardi sempre i risultati, anche se il calcio è diventato un grande affare che ha poco di vero sport, a parte l’abilità dei giocatori, che è però ampiamente ripagata da stipendi che un premio Nobel non si sogna nemmeno, penso sarebbe molto meglio usare quei miliardi per incrementare l’università, i laboratori, i centri di ricerca scientifica fiorentini e porre le premesse per trattenere a Firenze i giovani ricercatori, senza costringerli a decenni di precariato o a emigrare all’estero.
Della cucina fiorentina ricordo con nostalgia la fettunta (per i non toscani sarebbe la bruschetta), la pappa col pomodoro, la ribollita, la schiacciata all’olio, non certo la bistecca, dato che sono vegetariana fin dalla nascita, quindi senza alcun merito, perché quando sono nata i miei erano già diventati vegetariani, per rispetto di ogni forma di vita, e questo rispetto per gli animali, per la loro sofferenza, l’ho sempre avuto. Oggi poi si comincia a rendersi conto che i moderni e barbari allevamenti intensivi sono una delle maggiori fonti di inquinamento, molto più inquinanti delle auto, e fonti di indicibili sofferenze per animali come mucche e vitelli, ridotti a pure macchine da produzione di carne e latte, in condizioni di vita completamente innaturali; così pure gli allevamenti di polli, costretti a ritmi innaturali di alternanza buio/luce, per costringerli a fare più uova, costretti all’immobilità per farli ingrassare più rapidamente. Il rimedio sarebbe di tornare a un impiego più moderato della carne, com’era del resto in Italia prima della guerra, quando la maggioranza della gente la mangiava una sola volta al giorno e nemmeno tutti i giorni e certamente, oltre al portafoglio, ci guadagnava anche la salute.



