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Sabato in piazza Annigoni è andata in scena la "Rivolta delle panchine", secondo la colorita definizione de La Nazione. Una riunione autoconvocata — un Urban Fruits spontaneo, si può dire — dei frequentatori della piazza fiorentina (forse) più disadorna della città che, con il titolo di Porta la panka, vuole far riflettere sulle politiche di definizione degli spazi urbani e sulla loro vivibilità.
In parole più semplici: perché diavolo devono essere scomparse dalle città le panchine che da sempre sono state il semplice simbolo della socializzazione, del riposo e della meditazione in città? Ne parla qui (oltre che nel suo libro "Panchine") Beppe Sebaste.
Firenze che vorrei.
Il report delle interviste effettuate durante Urban Fruits \ 1
A cura di Sociolab
I cinquanta cittadini intervistati nel corso dell’iniziativa Mano mano piazza erano, singoli o genitori di bambini, di età comprese tra i 28 e gli 82 anni - ma con una netta prevalenza di quelli tra i 30 e i 45 anni - equamente suddivisi tra uomini e donne, residenti a Firenze e fuori città ma, nella maggior parte dei casi, nei quartieri 1 e 2. Le considerazioni e le proposte raccolte non provengono perciò da un campione rappresentativo dell’intera popolazione fiorentina ma restituiscono una fotografia della città e una rassegna di idee che vale la pena di tenere in conto.
Firenze mi piace perché …
Ciò che gli intervistati apprezzano della città è relativo ad elementi architettonici e paesaggistici, artistici urbanistici, ma anche ad aspetti legati alle relazioni sociali, interpersonali, alla dimensione e allo stile di vita che in città si conduce: ad aspetti, se si vuole, più evanescenti e inafferrabili ma altrettanto importanti nella costruzione dell’immaginario legato alla città di Firenze.
Il “catalogo” dei riferimenti raccolti comprende l’architettura, i monumenti, il centro storico, il patrimonio artistico, ma anche i lungarni, le piazze, le strade, le colline, il panorama, e ancora singoli edifici storici (Palazzo Vecchio, gli Uffizi, il Duomo) e luoghi come il piazzale Michelangelo.
Di Firenze gli intervistati apprezzano il fatto che è in pianura e che si può andare in bici, le sue dimensioni ridotte, ma anche elementi di natura sociale e relazionale, tra cui la dimensione umana, la gente, le “facce note in giro per le strade”, il suo essere “paese”, il senso di appartenenza ma anche l’internazionalità, l’accoglienza, i colori della città, la buona qualità della vita, l’alimentari sotto casa e qualcuno … la bistecca.

Cosa, invece, non mi piace …
I problemi relativi alla mobilità sono gli elementi più citati dagli intervistati in riferimento agli aspetti negativi di Firenze. Essi fanno riferimento al traffico, all’inefficienza del trasporto pubblico, alla carenza di parcheggi e alla sosta selvaggia delle auto, alla carenza di piste ciclabili e alla discontinuità dei tratti già esistenti. A seguire temi ricorrenti sono la scarsa manutenzione, la sporcizia, il degrado e il suo essere una città troppo a misura di turista e meno di cittadini, la presenza di troppo turismo “da pullman” e “mordi e fuggi”. Tra gli altri problemi si segnala l’inquinamento, la mancanza di spazi verdi e di luoghi per bambini e anziani.
Infine numerosi sono i riferimenti al provincialismo della città, alla chiusura dei fiorentini, al suo essere una città “polemica, bigotta, immobile” elementi di cui risente, secondo alcuni, anche al livello di progettualità e di programmazione delle politiche da parte dell’amministrazione.

Molti si sono lasciati ispirare e travolgere da Mano mano Piazza e hanno affermato di volere le piazze “come oggi”, con eventi come quello in cui erano immersi.

Crediti
Sociolab per le interviste e i testi (Chiara Del Sordo, Barbara Imbergamo, Giulia Maraviglia, Maria fabbri, Margherita Mugnai, Lorenza Soldani, Giulia Barillà). Dei 50 cittadini intervistati 42 hanno acconsentito a farsi fotografare e sono presenti nella mostra.
Photo Safari Firenze per le foto (Giulia Savorelli)
“FFF vuole mostrare la città delle idee e delle visioni”, scriveva Gianni Sinni nell’editoriale di presentazione del primo numero di questa rivista. E aggiungeva: “Fiorentini, chi per nascita, chi per elezione e chi per caso, gli autori dei testi e delle opere qui pubblicate rientrano tutti in questa categoria di visionari di professione”.
Sono visionario e fiorentino per caso o, forse, meglio per elezione. Sono questi i due motivi principali che mi hanno spinto, con piacere, ad accettare l’incarico di direttore responsabile di FFF.
Chi mi conosce sa che il mio nome e la mia storia sono legate, principalmente, alle terre del Pratomagno e del Valdarno. Approdai a Firenze qualche decennio fa, come studente dell’Istituto Leonardo da Vinci e militante di LC, più militante che studente per la verità. Poi ci venivo sovente come sindacalista e soprattutto quando ebbi l’avventura di fare il più bel mestiere che esista, quello del sindaco e per di più di un comune speciale come Cavriglia. Adesso ci vengo, quasi ogni giorno, come consigliere regionale (attività che mi ostino ad esercitare ancora) e vivo in questa città tanta parte del mio tempo. Tempo e vita che vorrei meno pesanti e ingabbiati e più Fast Forward (anche se a me piace di più intendere FFF nella notazione musicale, più che fortissimo). Vorrei, insomma, che Firenze – anche grazie alle idee dei visionari – tornasse a pensare e a praticare sé stessa come città contemporanea, perché è in questo tempo e per il fine del futuro che vivono i suoi abitanti e gli uomini e le donne che la attraversano.
Italo Calvino, nel super citato “Le città invisibili”, sosteneva: “È delle città come dei sogni: tutto l'immaginabile può essere sognato, ma anche il sogno più inatteso è un rebus che nasconde un desiderio, oppure il suo rovescio, una paura. Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un'altra”.
Bene, forse il raccontarci i nostri sogni può aiutarci se non a realizzarli, quantomeno ad evitare che si trasformino in una paura. Quella più grande: il vuoto di idee per il presente e per il futuro.
Enzo Brogi, direttore responsabile di FFF